Il sistema contributivo è equo ma vulnerabile: senza crescita stabile, gli assegni saranno sempre più leggeri
C’è un filo sottile che lega la crescita economica italiana ai futuri assegni pensionistici dei lavoratori più giovani. Un filo teso, fragile, che non regge più il peso delle promesse fatte trent’anni fa. Con una crescita reale prevista tra lo 0,6% e lo 0,8%, secondo il Def, l’Istat e anche Confindustria, la traiettoria previdenziale del Paese è scritta.
E non porta buone notizie. Perché nel sistema contributivo puro, introdotto con la riforma Dini del 1995 e oggi dominante, la pensione è una diretta conseguenza del Pil nominale: se l’Italia rallenta, anche il montante contributivo si assottiglia. E l’assegno futuro si riduce.
Il sistema contributivo vive di Pil: cosa significa davvero per chi andrà in pensione nei prossimi anni
Quando nel 1995 fu approvata la riforma, c’era una fiducia implicita: l’Italia avrebbe continuato a crescere stabilmente attorno all’1,5% reale. Solo così il nuovo sistema contributivo avrebbe garantito assegni in linea con il vecchio retributivo. Ma quel presupposto si è rivelato ottimistico. Perché da allora il Paese ha vissuto crisi cicliche, rallentamenti strutturali, e ora la crescita si aggira attorno allo 0,6%-0,8%, ben lontana dalla soglia di equilibrio fissata trent’anni fa.
Il calcolo della pensione, per chi è nel sistema contributivo puro, si basa sul totale dei contributi versati rivalutati ogni anno sulla base dell’andamento del Pil nominale nei cinque anni precedenti. Quella cifra costituisce il cosiddetto montante contributivo. È come un conto corrente virtuale su cui vengono accreditate le quote previdenziali, ma senza l’interesse garantito: se il Pil rallenta, la rivalutazione è debole. E oggi, con queste prospettive di crescita, la matematica è spietata.

Secondo il Sole 24 Ore, un lavoratore entrato nel 1996 e uscito a 64 anni nel 2025 con uno stipendio medio da 50.000 euro, potrebbe non raggiungere nemmeno la soglia minima per l’accesso alla pensione. Con stipendi più alti, il rischio non è l’esclusione, ma un assegno molto più basso di quanto immaginato: anche il 20% in meno rispetto allo scenario “ottimistico” del 1995. Si tratta della distanza reale tra ciò che era stato promesso e ciò che sarà possibile garantire.
C’è una buona notizia, ma è temporanea. Chi andrà in pensione nel 2026 beneficerà di una rivalutazione del montante del 4,04%, certificata da Istat. Ma si tratta di un rimbalzo post-pandemico, legato a una dinamica del Pil nominale che include anche inflazione e recuperi precedenti. Non cambia la struttura del problema. Perché finché l’Italia crescerà sotto l’1%, il sistema previdenziale contributivo potrà offrire solo il minimo indispensabile.
Le tre leve del futuro: crescita, contributi, età pensionabile. Ma solo una piace davvero
Il sistema contributivo è spesso descritto come equo: ricevi in proporzione a ciò che versi. Ma questa apparente equità nasconde un difetto strutturale. I contributi versati non vengono accantonati realmente, ma usati per pagare le pensioni attuali. È un sistema a ripartizione, che vive di fiducia collettiva. E soprattutto, i contributi non sono indicizzati all’inflazione, ma solo al Pil nominale. Con l’effetto che le carriere precarie, i salari più bassi e i periodi di disoccupazione non recuperati generano un montante debole, spesso insufficiente a garantire una pensione dignitosa.
Negli ultimi anni la platea dei contributivi puri è cresciuta. Ormai rappresentano la maggioranza di chi andrà in pensione nei prossimi decenni. E si avvicina il momento in cui il confronto con il sistema retributivo non sarà più un tema tecnico, ma una questione quotidiana. Perché chi riceverà assegni modesti a 67 anni vedrà coetanei andati in pensione con meccanismi più generosi. E la frustrazione sociale, se non gestita, rischia di diventare un elemento esplosivo nel dibattito pubblico.
Nel lungo periodo — spiegano economisti e atti ufficiali — sarà necessario intervenire su una delle tre leve strutturalidel sistema previdenziale. La prima è la crescita. È la più desiderabile, ma anche la più difficile da ottenere. La seconda è l’aumento dei contributi, cioè un prelievo maggiore su lavoratori e imprese. La terza è l’alzamento dell’età pensionabile, già oggi tra le più alte in Europa, ma non più sostenibile politicamente.
La verità è che il sistema del contributivo puro regge solo in un’economia in espansione. In un paese a bassa crescita, con carriere discontinue e stipendi stagnanti, produce un risultato matematicamente corretto, ma socialmente insostenibile. Non si tratta di smontare la riforma Dini, ma di riconoscere che fu pensata in un mondo che non esiste più. E se nulla cambierà, sarà la realtà — non la legge — a costringerci a riscrivere tutto.
